Caro gasolio, le imprese di autotrasporti in provincia “al limite della sopportazione”

di MARCO FALLARA

URBINO – Mentre i tir bloccano i caselli dell’autostrada A1 all’altezza di Caserta e sbarrano l’ingresso al porto di Napoli, le conseguenze delle proteste e del caro carburante si fanno sentire anche nelle Marche. “La situazione è al limite della sopportazione per le aziende del territorio”: così Federico Bartolini, presidente di Cna Fita Pesaro e Urbino, descrive la condizione degli autotrasporti nella regione e nella provincia. In vista dell’incontro con il governo, fissato per il 27 ottobre, le associazioni di categoria chiedono un meccanismo obbligatorio di adeguamento delle tariffe di trasporto al prezzo del carburante.

Gli effetti dell’aumento dei costi

“Un viaggio a Parigi che prima veniva pagato 2.000 euro oggi ne richiederebbe circa 3.000, ma il committente (il cliente che affida il trasporto) ne riconosce al massimo 200 in più” commenta la situazione Fabrizio Teresi, titolare di Atp Trasporti. Il gasolio self-service a Pesaro e Urbino costa 2,252 euro al litro, in linea con la media nazionale e ben sopra i livelli degli scorsi anni. Secondo i dati diffusi da Cna Fita, nelle Marche operano 1.112 imprese di autotrasporto, con quasi 4 mila addetti. Si tratta in gran parte di piccole aziende familiari, che non sempre hanno la forza contrattuale necessaria per ottenere dai clienti un adeguamento delle tariffe.

“Ci sono due tipologie di imprese in regione”, spiega il presidente Cna Fita Marche, “quelle che in qualche maniera riescono a girare l’aumento del costo del carburante sul committente, e quelle che contrattualmente sono molto deboli e devono farsi carico dell’intero costo”. I rincari si ripercuotono anche sulle aziende che affidano il trasporto delle merci a operatori esterni. “Siamo in attesa di capire gli sviluppi – afferma Marco Magnanelli, amministratore delegato di Imab Projects –. Il disagio principale ad ora è legato agli scioperi e ad eventuali extra costi di trasporto che ci vengono applicati su tratte sopra i 500 chilometri sui materiali in acquisto, ma che stiamo negoziando”.

Le proteste rallentano le consegne

Alle difficoltà economiche si aggiungono le conseguenze delle proteste degli autotrasportatori nel Sud Italia. Secondo Bartolini, alcune imprese marchigiane rinunciano a effettuare consegne in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia per evitare che i camion rimangano bloccati durante le manifestazioni, con il rischio di subire danni. “La settimana scorsa un mio camion diretto in Puglia è rientrato il mercoledì sera invece del martedì pomeriggio, un giorno e mezzo perso, e questa settimana ho deciso di non mandarlo proprio” racconta Teresi. L’imprenditore ritiene necessario un fermo unitario concordato dalle associazioni di categoria, perché le piccole aziende non hanno abbastanza forza per protestare individualmente. «Se mi fermo io che ho 20 camion non cambia nulla», osserva.

Aspettando il governo

Le associazioni aspettano il tavolo con i ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia fissato per il 27 ottobre. La misura che aiuterebbe di più è l’adeguamento automatico e obbligatorio dell’extra costo in fattura, come avviene per il trasporto aereo: quando il prezzo del gasolio supera determinate soglie, il compenso del trasporto sale da solo, senza trattare ogni volta con il cliente. “L’importante è avere delle risposte da questi incontri. Queste risposte ho paura che molte volte non possano essere date”, afferma Bartolini, che mette in guardia dalle conseguenze della crisi sull’intera filiera produttiva: “Nel trasporto vediamo il primo segnale di crisi, ma a catena coinvolgerà tutto il resto”.

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