di CARLA DELLE VEDOVE
URBINO – Nella provincia di Pesaro e Urbino 21 comuni rischiano di perdere lo status di “montani”: i criteri proposti per attuare la nuova legge Montagna del ministro agli Affari Regionali Roberto Calderoli sono molto più restrittivi dei precedenti. La Regione Marche però ha proposto la scorsa settimana un emendamento per modificare i criteri e ampliare il numero di comuni che potrebbero beneficiare della legge. Calderoli prossimamente deciderà quali parametri applicare. Se la classificazione non dovesse essere rivista, in tutta Italia da oltre 4.000 comuni inizialmente considerati montani si passerà a circa 2.800. Anche Urbino rischia di uscire da questa lista e perdere benefici nell’ambito della sanità e della scuola, per limitare lo spopolamento.
La Legge Montagna
A settembre 2025 è entrata in vigore la nuova Legge Montagna: l’obiettivo è portare avanti misure per il riconoscimento e la promozione delle zone montane e delle loro popolazioni, per favorirne la crescita economica e sociale. Il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri che attua la legge però sta facendo discutere perché ritenuto svantaggioso per molti territori. I comuni considerati montani infatti risulteranno essere 2.844, contro i circa 4.000 della precedente categorizzazione, che risale al 1952. I nuovi criteri valutano solo altimetria e pendenza: sono montani i comuni con il 25% di superficie sopra i 600 metri e il 30% di superficie con almeno un 20% di pendenza; quelli con altimetria media superiore ai 500 metri; o quelli con un’altimetria media più bassa ma interamente circondati da comuni che rispettano i primi due criteri. Prima invece lo erano i comuni con l’80% della superficie al di sopra dei 600 metri o un dislivello maggiore di 600 metri e un reddito imponibile medio per ettaro inferiore a 2400 lire.
La proposta della Regione Marche
L’assessore regionale delle Marche alle Politiche della montagna Francesco Baldelli e quello agli Enti pubblici Tiziano Consoli, hanno proposto di abbassare la media altimetrica della superficie del comune a 350 metri sul livello del mare, invece di 600. Consoli ha spiegato al Ducato come è nata l’iniziativa: “Siamo partiti dalla proposta dell’Abruzzo di ridurre l’altimetria a 400 metri sul livello del mare, cifra che però avrebbe leso le sorti dei comuni montani della nostra regione. Abbiamo cercato di dare dignità all’Appennino con una soglia di 350 metri. Siamo così arrivati a una riduzione di 17 comuni nelle Marche rispetto al 50% che originariamente la normativa prevedeva. In Italia rispetto ai 2.800 comuni considerati montani siamo arrivati a 3400. È la migliore ipotesi che possiamo avere”.
12 regioni hanno votato a favore dell’emendamento marchigiano, 7 contro (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Campania, Puglia, Sardegna e Basilicata). Baldelli ha specificato al Ducato: “L’Emilia Romagna e altre regioni guidate dal centro sinistra prima si sono dette favorevoli, ma al momento dell’approvazione del provvedimento hanno votato contro. Questo rimette la decisione nelle mani del ministro, ma sembra che la discussione scivoli su piani più politici che di tutela dei comuni nella fascia appenninica e subappenninica”.
Se passasse questa proposta, nella provincia di Pesaro e Urbino “non rientrerebbero i comuni del Metauro che prima lo erano, ma non so quanto sia giusto comprendere un comune a 144 metri sul livello del mare a una distanza da 8 chilometri da Fano” spiega Consoli. Rientrerebbe il comune di Urbino. Se l’emendamento non dovesse essere approvata dal ministro, la Regione valuterà come supportarli e intanto “come assessorato agli Enti pubblici con il bilancio di previsione abbiamo stanziato direttamente alle comunità montane dei fondi senza che dovessero anticiparli in attesa di assestamenti”.
I vantaggi dei comuni montani
“La prima elaborazione della riforma tiene conto esclusivamente di parametri di tipo orografico, non delle condizioni sociali. Non considera spopolamento, fattori sociali e socioeconomici, densità abitativa di un comune. Questa è la pecca della normativa” ha detto al Ducato Stefano Parri, presidente dell’Unione montana Alta valle del Metauro e sindaco di Sant’Angelo in Vado. “Ad esempio – ha spiegato – Bergamo ha una densità abitativa maggiore rispetto a Sant’Angelo in Vado, ma una superficie minore. L’Irpef comunale che incassa è molto molto più alta di quella che riceve Sant’Angelo in Vado, ma io devo anche gestire un territorio tanto più ampio. Ci vogliono risorse”.
Le conseguenze della legge Montagna ricadrebbero soprattutto sulla scuola, ha sottolineato Parri: “Se un piccolo comune montano non ha abbastanza alunni per formare un’intera classe, per evitare lo spopolamento scolastico può formare le pluriclassi, con alunni di diverse età. Un comune non montano non può usufruire di questa deroga”. La legge Montagna supporta inoltre l’ambito sanitario, permettendo ad esempio ai lavoratori di ottenere punteggi maggiori nei concorsi e crediti d’imposta. “Nei piccoli comuni però – ha precisato Parri – la situazione è già compromessa: si fa fatica a trovare il medico di base, non ci sono presidi sanitari particolari”. Per supportare questi territori servirebbe in futuro l’intervento dello Stato e della Regione, ma secondo Parri “è tutto un mondo un po’ in divenire”.
La riclassificazione “crea solo caos”
Il presidente di Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani) Marco Bussone ha spiegato al Ducato che una riclassificazione dei comuni secondo qualsiasi parametro definito a livello nazionale “crea solo caos, non risolve i problemi e rischia di dividere gli amministratori”. “Noi avevamo suggerito di permettere a ogni regione di individuare parametri differenziati – ha detto – e poi fare una classificazione nazionale assorbendo tutte le classificazioni regionali. Ad esempio allargando i parametri (come proposto dagli assessori regionali delle Marche ndr), si andrebbe a comprendere tutta la provincia di Cuneo, più della metà della provincia di Torino. Non esiste la ‘vera montagna’, esistono tante montagne, tanti contesti orograficamente e socialmente diversi”. Di questo parere anche un centinaio di professori universitari che hanno inviato una lettera a Calderoli: “Sappiamo che ogni siffatta definizione di montagna è politica, e dunque relativa, sulla base delle soglie che si adottano per misurarla”.
Differenze tra nord e sud
Secondo l’Associazione per la sussidiarietà e la montanizzazione degli enti locali (Asmel) non tenere conto del reddito medio di un territorio risulta svantaggioso per alcune aree. A farne le spese è soprattutto il Sud rispetto al Nord, gli Appennini rispetto alle Alpi. L’associazione ha spiegato che quasi il 70% dei comuni che inizialmente potevano essere considerati montani presenta redditi pro capite inferiori alla media nazionale e addirittura in Umbria i redditi risultano dimezzati rispetto alla media, con il 35% dei contribuenti sotto la soglia della povertà. Al contrario comuni come Courmayeur, Positano e Cortina d’Ampezzo rimangono in lista e riceveranno agevolazioni nonostante il 42% dei redditi superi la media nazionale. “La nuova mappa promette maggiore rigore tecnico, ma solleva interrogativi sull’equità sociale e territoriale” ha scritto Asmel.




