Reportage dalla Fattoria della Legalità: il bene confiscato abbandonato dalle istituzioni

La fattoria della legalità di Isola del PianoLa fattoria della legalità di Isola del Piano
di MARCO FALLARA e FRANCESCO FLORIS

URBINO – Le scritte e i disegni che celebrano la libertà e la legalità si sgretolano insieme all’intonaco dei muri: l’umidità e la muffa stanno prendendo il sopravvento all’interno della “Fattoria della Legalità”. Il tetto è bucato e i secchi messi nel sottotetto non bastano per impedire all’acqua di entrare e di filtrare fino al primo piano e formare numerose pozzanghere. Basta entrare all’interno della villa, confiscata definitivamente nel 2006, per comprendere la necessità – denunciata da anni dai volontari – di lavori di ristrutturazione.

Per raggiungere la struttura, che si trova a Isola del Piano, attraversiamo piccoli paesini in pendenza e molteplici tornanti: la villa spunta a lato di uno di essi, con i suoi tre piani, un grosso terreno, un gazebo smontato e i muri affrescati che la circondano. Dall’esterno non si intuisce lo stato di degrado all’interno, i volontari, i ragazzi, gli scout e tutti quelli che fruequentano la struttura fanno quello che possono per tenere la Fattoria in vita con piccoli lavori di manutenzione.

La villa apparteneva a Ruggero Cantoni che gestiva un’organizzazione criminale nel Nord Italia, in provincia di Lecco: estorsioni e crimini legati alle attività imprenditoriali e finanziarie. Oggi è un centro di aggregazione sociale che nei mesi più caldi rivitalizza tutta la zona con eventi e campus. Il terreno di fronte trasmette tutta la storia del bene confiscato, le mura dipinte dagli artisti e dai giovani citano frasi dei più grandi personaggi antimafia, da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone a Peppino Impastato. Qui un’intera comunità da anni è in attesa di fondi e risposte dalla politica, non solo per sistemare gli attuali problemi della struttura ma anche per rilanciare il bene con altre iniziative.

Le mura della Fattoria della Legalità dipinte dai ragazzi e artisti

I problemi della struttura

Un terrazzo finestrato circonda la casa su due lati. “Quante attività potremmo fare quassù”, commenta Filippo Farneti, volontario della Fattoria. Sono due piani con sette stanze, una volta erano le camere da letto della famiglia Cantoni e della sua scorta. Al piano terra si trovano altri locali, una zona bar e una stanza rivestita di piastrelle rosse; anche questi spazi, ad oggi, sono inutilizzabili. Camminando attorno al perimetro della casa, proprio accanto alle cucce dei tre rottweiler della famiglia Cantoni – Diablo, Kira e Igor, con i nomi ancora disegnati – si trova un capannone che sta collassando: andrebbe abbattuto e ricostruito da zero. Si aggiungono alla lista dei lavori necessari anche i servizi igienici; come ha spiegato Farneti: “C’è la necessità realizzare un bagno accessibile alle persone con disabilità”.

Il tetto del capannone

La decina di volontari che costantemente si occupa del bene confiscato è riuscita a mettere in sicurezza una zona laterale alla casa: lì si trovano un’ampia cucina, un tavolo utilizzato come libreria per i testi sulla legalità e un cartellone dove sono raccolti i pensieri dei ragazzi che hanno fatto visita alla Fattoria durante i campi estivi.

L’ambizione dei volontari

La mancanza di fondi – inizialmente dovevano arrivare 250 mila euro dalla Regione Marche, poi ridotti a 50 mila – non spegne l’ambizione dei volontari. La lista di cosa si potrebbe fare con l’interezza della struttura è lunga, come ci fa capire Farneti: “L’obiettivo è quello di renderla un centro permanente di aggregazione aperto 12 mesi l’anno, con ambienti riscaldati e aule didattiche”. Il terreno confiscato si estende per oltre quattro ettari. “Vorremmo valorizzare anche tutto il terreno che circonda la villa, magari attraverso una cooperativa agricola che possa sfruttare appieno il potenziale dei campi”, continua.

Se la struttura riuscisse a diventare un centro permanente di aggregazione, rivitalizzerebbe l’intera zona. La villa sorge proprio al confine tra Isola del Piano, Montefelcino e altri piccoli borghi dell’entroterra, che – come confida Farneti – stanno attraversando una fase di spopolamento: “Hanno chiuso anche i bar”. Offrire ai cittadini un presidio sociale costantemente aperto a tutti sarebbe fondamentale.

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