Col referendum la Gen Z ha alzato la propria voce: “Chiediamo lavoro e voto fuori sede”

Studenti in piazza della Repubblica
di NICOLE CIOTTI e MARCO FALLARA

URBINO – La primavera ha portato con sè il voto referendario sulla giustizia e, con esso, più di una sorpresa: non solo la vittoria del No, data incerta dai sondaggisti fino alla fine, ma soprattutto una grande mobilitazione popolare che ha portato 27 milioni di italiani alle urne. Tra loro tantissimi, inattesi, giovani.

Quest’ondata di partecipazione della Gen Z, evidenziano gli analisti, ha contribuito in maniera determinante al risultato del referendum. La generazione tra i 18 e i 28 anni ha infatti registrato il 67% di partecipazione al voto. Allargando la fascia ai 18-35enni, il 61,1% di loro ha votato contrariamente alla riforma della Costituzione promossa dal governo in carica. Una presa di posizione netta contro una classe politica che per lo più si disinteressa dei giovani e delle loro richieste, che quando parla di loro lo fa per luoghi comuni, che non si è curata di garantire il diritto di voto ai tanti studenti fuorisede lontani da casa.

Ci siamo chiesti cosa abbia spinto tanti ragazzi ad andare a votare, e la cosa più logica da fare è stata quella di ascoltare le loro voci tra gli universitari di Urbino. “Dietro a questa partecipazione c’è il fatto che non ci sia stato garantito il voto fuori sede” dice Martina. Una sua collega spiega meglio il concetto: come per reazione, in molti si sono organizzati con metodi alternativi, in molti casi affrontando lunghi e costosi viaggi verso il luogo di residenza o iscrivendosi come rappresentanti di lista. “Mi sarebbe piaciuto votare anche come fuorisede, ho scoperto troppo tardi la possibilità della rappresentanza di lista”, racconta una ragazza lontana da casa.

Quella del diritto al voto fuorisede è una richiesta corale: “Abbiamo visto con questo referendum quello di cui i giovani sono capaci” spiega Giulia, dando voce a una presa di consapevolezza e fiducia che si inserisce nello stesso crescente attivismo che ha spinto le nuove generazioni a scendere in piazza e manifestare per l’ambiente, contro il genocidio in Palestina e contro la violenza di genere.

Il corteo degli studenti che hanno manifestato per la Palestina

Tra le richieste sentite più necessarie e urgenti, sono emerse le preoccupazioni sul futuro lavorativo dei giovani studenti. “Se potessi scegliere chiederei al governo di aumentare le possibilità in Italia per i giovani futuri lavoratori, senza che si trovino costretti a dover lasciare il proprio paese per trovare delle opportunità” dice Giuditta. Molti come lei guardano al post-laurea col timore di doversi spostare per trovare un lavoro per il quale hanno studiato e che sia giustamente retribuito.

Un altro problema molto sentito è quello dell’ingresso nel mondo del lavoro, i tirocini, nella maggior parte dei casi non retribuiti e che troppo raramente offrono reali sbocchi professionali: “Noto che ci sono opportunità di tirocinio ma che non coinvolgono effettivamente una prospettiva futura una volta terminato il corso di studi. Spesso l’unica prospettiva lavorativa è un tirocinio non pagato e questa è una carenza che mi fa molta paura in generale” confida Kai.

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