di LUCA BAGNARIOL
URBINO – Dal fronte ucraino a Teheran, Azzurra Meringolo ha girato il mondo per raccontare alcuni degli scenari più importanti della nostra contemporaneità. Membro della redazione esteri dei Giornali radio Rai, autrice di podcast e inviata sul campo, Meringolo torna al Festival del giornalismo culturale per affrontare il tema dei confini del giornalismi. In questa intervista – che trovate nello speciale Ducato dedicato al Festival – non si parla solo di confini fisici, essenziali nel lavoro sul campo di un’inviata, ma anche delle barriere di genere che attanagliano l’informazione a livello globale.
Uno dei ruoli fondamentali all’interno delle redazioni giornalistiche è quello dell’inviato. Secondo te, oggi è giustamente valorizzato?
Realisticamente il ruolo dell’inviato non è sempre compreso a pieno. Spesso si pensa all’inviato solo come a colui che parte e racconta — aspetto fondamentale, certo — ma c’è molto di più dietro le quinte: c’è la preparazione preliminare, la scelta degli intervistati, lo studio dei temi e delle domande giuste. Si tratta di approfondire e padroneggiare quella specifica realtà per i giorni in cui la si andrà a seguire. Tutta questa parte di studio, analisi e competenze a monte viene spesso messa in secondo piano.
Eppure, considerando l’evoluzione del giornalismo recente, il valore dell’inviato sul campo è cresciuto rispetto al passato. Prima il problema principale era reperire le notizie; oggi ne siamo sommersi, ma molte sono distorte, manipolate o costruite ad arte dagli addetti ai lavori della comunicazione per imporre una determinata narrazione. Per questo non serve solo verificare i fatti sul posto, ma disporre del bagaglio conoscitivo necessario per interpretarli e contestualizzarli. Un fatto non accade nel vuoto: pensiamo a quanto sta accadendo in Yemen. Bisogna saper spiegare cos’è quel Paese, da quanti anni gli Houthi tentano di rovesciare l’unica repubblica del Golfo per instaurare un imamato. Avere nella propria “cassetta degli attrezzi” la capacità di ricostruire la cronologia e fornire contesto è il vero compito dell’inviato per restituire un’informazione accurata.
Inoltre, ci sono altri due aspetti determinanti in cui l’inviato fa la differenza. Il primo è la dimensione umana del racconto, elemento che le agenzie o i dati nudi e crudi non trasmettono. L’altro giorno, in un pezzo scritto da desk, riportavo la cifra di 112.000 yemeniti sfollati. Poi è subentrata la sensibilità da inviata: ho iniziato a contattare le mie fonti sul campo, che mi hanno raccontato le storie reali dietro quel dato — vite di persone costrette a fuggire più volte, a rifarsi un’esistenza e ricominciare da capo. Schiacciare queste vicende solo dentro una statistica è riduttivo e irrispettoso verso la loro umanità.
Il secondo aspetto spesso trascurato è il lavoro svolto nelle cosiddette “periferie dell’informazione”, ossia quelle aree d’ombra ignorate dai riflettori del giornalismo, in Italia come all’estero. Negli esteri scontiamo una visione miope eurocentrica, lontana dalla reale distribuzione delle dinamiche globali. Avere qualcuno che copre e spiega questi contesti permette di capire in anticipo cosa accadrà.
Personalmente provengo dal mondo della ricerca accademica e durante il dottorato, tra il 2008 e il 2010, studiavo i movimenti giovanili arabi. All’epoca nei media italiani l’interesse era nullo: venivano quasi liquidati come realtà arretrate e marginali.
Poi sono arrivate le Primavere arabe…
Esatto, e da un giorno all’altro mi chiedevano due articoli al giorno su quello stesso tema. Lì subentra una certa frustrazione professionale, ma capisci anche che aver presidiato con costanza una “periferia dell’informazione” si è rivelato un valore aggiunto fondamentale.

Hai mai preso parte ad esperienze di “embedded journalism” (giornalismo mediato dalla presenza di unità militari in supervisione)?
Da inviata, credo fermamente che essere sul posto in cui accade una notizia abbia un valore fondamentale rispetto al non esserci. Vedere di persona, toccare con mano e percepire gli umori ha un’importanza enorme. Lo è soprattutto oggi, in un panorama giornalistico che rischia di piegarsi a logiche bipolari, mentre le crisi internazionali — come quella legata all’Iran e a tutto ciò che ne è scaturito — dimostrano di essere molto più complesse e multipolari. Per questo ritengo un grave errore catalogare gli inviati in tifoserie.
Al contempo, fare giornalismo “embedded” richiede una profonda onestà verso il pubblico. Non direi che un reportage di questo tipo sia automaticamente meno credibile, perché ti consente di cogliere aspetti altrimenti inaccessibili. Tuttavia, il giornalista ha il dovere di dichiarare chiaramente cosa sta facendo: chi sta seguendo, dove si trova e quale frammento di realtà sta mostrando.
Riguardo alla mia esperienza, sono stata “embedded” con l’esercito ucraino. Era l’unico modo per raccontare la vita in trincea, l’inverno al fronte, il morale di quei giovani soldati, le lettere che ricevevano da mogli e figli, e la capacità di reggere o meno gli attacchi. Chi mi accompagnava mi ha chiesto esplicitamente di non mostrare le immagini delle trincee e delle postazioni di lancio: una richiesta tattica legittima per non rivelare posizioni ed equipaggiamenti. Lavorando in radio, per me è stata una condizione accettabile e l’ho esplicitata nel racconto. Con gli ascoltatori ho un patto di fiducia: dichiaro sempre le mie fonti e ammetto quando non riesco a verificarle in modo autonomo.
Diverso è stato il discorso per Gaza. Non ho ritenuto accettabile per il mio metodo entrare al seguito dell’esercito israeliano per vedere i tunnel di Hamas senza la possibilità di parlare con i civili palestinesi a pochi metri di distanza. Lavoro con le voci, conoscevo già Gaza essendoci stata prima del 2023 e volevo raccontare l’impatto del conflitto sulle persone. A quelle condizioni non ho cercato quel tipo di accesso.
Non si tratta di giudicare giuste o sbagliate le scelte altrui, ma di seguire il proprio stile di racconto. L’aspetto cruciale resta spiegare chiaramente a chi ascolta o legge cosa si ha davanti: un servizio “embedded” è uno zoom su un dettaglio del fronte, non la guerra nella sua interezza.

Secondo te, esiste una questione di genere all’interno del giornalismo italiano e internazionale?
Sì, esiste eccome. E chi sostiene il contrario non la vede, sceglie di ignorarla, oppure non ha la curiosità di parlare con le colleghe a inizio o a fine carriera.
Parto dalla mia esperienza personale: in radio copro molti turni all’alba. L’alba per la radio è il vero “prime time” — l’opposto della TV — perché vanno in onda i giornali più importanti e con più edizioni. Quando entro nella mia palazzina, la maggior parte delle colleghe sono donne. Eppure, lavoro a Radio 1 da dieci anni e ho avuto una sola direttrice di testata donna. Mi sono confrontata con i vertici al femminile solo una volta. Questi dati personali non fanno una statistica nazionale, ma mostrano una sproporzione che non si può liquidare come casuale. E a confermarlo ci sono dati scientifici ben più ampi. Cito prima di tutto il Reuters Institute: nel rapporto del 2025, Women and Leadership in the News Media, analizzando 240 testate in 12 mercati diversi, emerge che le donne rappresentano in media il 40% delle firme, ma occupano solo il 27% delle posizioni di vertice.
Guardando all’Italia, l’osservatorio di Giulia Giornaliste monitora costantemente la nostra stampa: nelle redazioni le giornaliste sono il 42%, ma in prima pagina le loro firme scendono al 24,5%. Se passiamo a editoriali, commenti e analisi — cioè al cuore del giornale — la presenza femminile crolla addirittura al 15%. Anche in Rai c’è stato un monitoraggio dell’Usigrai sulla programmazione dello scorso maggio: le donne rappresentano il 38% delle presenze su Rai 1, Rai 2 e Rai 3. In dieci anni la crescita è stata solo del 5%.
Ed è qui il punto. Spesso mi sento dire: “Ormai voi donne siete ovunque, raccontate perfino la guerra!“. Attenzione, però: non bisogna confondere l’aumento della visibilità con il raggiungimento della parità. È vero che ci sono più donne in redazione, in video o come inviate, ma non si trovano nella stessa percentuale nei luoghi dove si decide, si dirige e si fissa l’agenda dell’informazione.
Fare giornalismo richiede estrema disponibilità, flessibilità, reperibilità continua e continue trasferte. In Italia il carico di cura — verso i figli o verso i genitori anziani — ricade ancora quasi per intero sulle spalle delle donne. Non servono grandi report per capirlo: basta entrare in un reparto oncologico o guardare chi aspetta all’uscita delle scuole elementari. A questo si somma una cultura professionale ancora maschilista e patriarcale. Parliamo di molestie verbali e fisiche, ma anche di reti informali che facilitano la scalata professionale e da cui le professioniste sono storicamente escluse.
Si riflette chiaramente anche nell’approccio deontologico. Al di là dell’Ordine e dei codici che ci siamo dati — ad esempio sul racconto dei femminicidi —, quella stessa matrice culturale riemerge sui giornali.
Esattamente. E questo porta a chiedersi cosa significhi fare l’inviata e portare un reale sguardo femminile dentro il racconto di un conflitto. La storia del giornalismo internazionale è piena di pioniere: Martha Gellhorn ha coperto la guerra civile spagnola, la seconda guerra mondiale e persino lo sbarco in Normandia quando alle donne era vietato; Lee Miller ha documentato il fronte europeo e fotografato tra i primi i campi di concentramento. Eppure, quando si entra nelle scuole di giornalismo, questi nomi raramente si studiano o si conoscono. Quanti dei loro reportage vengono letti o riconosciuti come veri capisaldi della professione?
Mi piacerebbe che le nuove generazioni leggessero libri come La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Non è il classico diario da corrispondente di guerra, ma una gigantesca inchiesta corale basata su centinaia di testimonianze di donne sovietiche al fronte. Dimostra che quando cambia la voce narrante, cambia anche il tipo di racconto: cambiano le domande, i dettagli osservati, il rapporto con la paura e con il corpo. Emerge una prospettiva del tutto diversa. Non vuol dire che le donne raccontano la guerra meglio degli uomini, sarebbe uno stereotipo, però a noi serve raggiungere una narrazione che sia il più completa possibile, quindi che abbia bisogno di più sguardi, anche di quegli sguardi che non si fermano solo sul fronte di guerra inteso dove abbiamo piazzato un lanciamissili, ma che sia anche quello che è poi la periferia della guerra: cosa la guerra ti porta in una famiglia, nelle scuole, per non dire altro.

La voce è uno strumento fondamentale per il giornalismo: prima con la radio, oggi con i podcast. Come si è evoluto questo aspetto?
Secondo me la voce è cambiata parecchio. È cambiata proprio a partire dal modo in cui la usiamo. A me piace molto notare come l’italiano parlato oggi in diretta, rispetto agli anni Sessanta, sia molto più permeabile alle sfumature e alle diversità del nostro Paese. Io sono emiliana e sbaglio le vocali, come ciascuno a suo modo. A volte mi concentro per impostarle correttamente, ma poi mi sembra quasi di snaturarmi o di prendere in giro chi ascolta. È bello vedere come il Paese stia cambiando, anche se lentamente e a fatica, e come la voce rifletta una realtà più ampia e ricca.
Poi sono cambiati i formati. La radio oggi non è solo diretta, ma può essere un racconto disteso come il podcast, un prodotto senza tempo e senza scadenza. La diretta nasce e muore in cinquanta secondi o in un minuto e venti; il podcast ha una vita autonoma. Questo apre a un’enorme libertà di sperimentazione, che è esattamente la fase che stiamo vivendo. In televisione questo passaggio non c’è stato: esiste l’on demand, ma non un formato seriale studiato e strutturato con il respiro del podcast.
I dati ci mostrano un forte interesse da parte del pubblico più giovane verso l’ascolto, e credo sia una cartina di tornasole dei cambiamenti in atto. In un contesto sovraccarico di immagini e notifiche, trovo quasi rivoluzionario che qualcuno decida di fermarsi ad ascoltare un mio approfondimento alla radio. C’è proprio l’esigenza di concentrarsi, di sottrarsi al rumore e procedere per sottrazione, anziché inseguire l’iperstimolazione visiva.
Da quando ho iniziato a realizzare podcast ne ho prodotti tre: il primo sui bambini ucraini, poi quello su Patrick Zaki e adesso l’ultimo sulle prigioni siriane. Ho sempre desiderato presentare un lavoro in un ambiente puramente sonoro, dove il pubblico possa immergersi davvero nelle voci e nei suoni d’ambiente che ho raccolto sul campo, tra Siria e Iran. Sono tracce originali che hanno il valore di documenti e fonti primarie a tutti gli effetti. Vorrei si sviluppasse una vera cultura dell’ascolto. Quest’ultimo podcast parte dal carcere di Saydnaya, una delle strutture più dure del regime di Assad. Ci sono arrivata l’8 dicembre, il giorno della caduta del regime e dell’apertura della prigione. Nel racconto faccio sentire i picconi che abbattono le celle, le voci disperate di chi cerca i familiari scomparsi da decenni. Serve proprio questa cura: fermarsi, ascoltare le fonti e immergersi a fondo nella realtà.




