Referendum giustizia, dibattito al collegio Raffaello: la separazione delle carriere all’esame

Al centro, Pasquale Marra: a destra le rappresentanti del sì, a sinistra le rappresentanti del no
di ELISA MATTA

URBINO – Fra 30 giorni, gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sulla riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere nella magistratura, riforma il Csm e introduce un nuovo organo per le valutazioni disciplinari dei magistrati, l’alta corte. Questioni oggetto di grande dibattito nelle ultime settimane, fra possibili rinvii, accuse reciproche dalle parti politiche e il rifiuto del voto fuori sede.

Alla luce di un discorso pubblico sempre più polarizzato e della necessità di spiegare nel dettaglio ai cittadini in cosa consistono i quesiti referendari, l’Ordine degli avvocati di Urbino ha organizzato un confronto fra le ragioni del sì, rappresentate dalle avvocate Francesca Palma e Laura Modena, del comitato Camere penali per il sì, e quelle del no, rappresentate dalla professoressa di diritto processuale penale dell’Università di Urbino Chiara Gabrielli e dalla sostituto procuratore del tribunale di Urbino Maria Mocchegiani. Il dibattito, moderato dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Urbino, Pasquale Marra, si è tenuto all’interno della sala degli incisori del collegio Raffaello. La sala si è presto riempita, con oltre un centinaio di persone presenti per assistere al confronto, desiderose di orientarsi in una materia che non è certo il pane quotidiano di tutti.

Prima di dare inizio al dibattito, il sindaco di Urbino Maurizio Gambini ha ricordato, nei saluti istituzionali, la questione del declassamento di Urbino dai comuni montani e le conseguenti difficoltà che il territorio vive, che si riverberano anche sulla giustizia, come ha sottolineato al momento della sua nomina anche il neo-insediato presidente del Tribunale di Urbino Luigi Reale. L’introduzione è stata poi conclusa da Marra, che ha cercato di fare chiarezza su alcuni elementi di diritto costituzionale, come la separazione dei poteri, la rigidità della costituzione e la natura del referendum confermativo. Marra ha anche commentato il modo in cui le discussioni sul referendum sono state portate avanti, invitando a un confronto pacato e rispettoso: “Sono legittimi punti di vista e opinioni diverse, ma abbiamo visto dichiarazioni scomposte e inaccettabili da entrambe le parti. Questi sono atteggiamenti da eliminare”.

Il pubblico nella sala degli incisori

Le ragioni del sì: Francesca Palma

La prima a parlare è l’avvocata Palma, che si dice fiduciosa di riuscire a convincere la parte opposta. Parla di una riforma “epocale, quanto quella sul divorzio, un punto di svolta nella crescita democratica dell’Italia”. “L’articolo 111 della Costituzione – spiega Palma – stabilisce lo svolgimento del processo, che si deve attuare davanti a un giudice terzo e imparziale. In questo senso, il giudice è come l’arbitro in una partita di calcio, mentre il pubblico ministero e l’avvocato difensore rappresentano due squadre che si affrontano. Se invece pm e giudice si chiamano colleghi fra loro, vuol dire che fanno parte della stessa squadra. Con questa riforma viene regolata la separazione fra le parti”.

È cruciale nel discorso di Palma il ruolo del Csm, che la proposta di legge, se approvata, dividerebbe in due parti fra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici). “Le carriere in comune sono un retaggio del passato, se vogliamo una magistratura più democratica dobbiamo votare sì. Il Csm non viene svilito venendo diviso, ma anzi riesce a svolgere appieno il suo ruolo di amministrazione giuridica e non, come succede adesso, di rappresentanza politica. Anche il sorteggio dei suoi membri è diventato una necessità, dopo che otto riforme del sistema di elezione si sono rivelate fallimentari. Il Csm deve lavorare senza condizionamenti politici, ma solo nell’interesse della giustizia.”

Le ragioni del no: Chiara Gabrielli

La parola passa al no: la professoressa Gabrielli inizia ringraziando l’opportunità di far parte di questo dibattito: “Viviamo in un tempo triste, dove gli spazi di esercizio della democrazia si riducono”, dice. “Oggi invece abbiamo la possibilità di fare un esercizio democratico. Su una cosa Carlo Nordio – ministro della giustizia e promotore della riforma – ha ragione: questa riforma non influisce sul funzionamento della giustizia. Anzi, non velocizza il processo penale, non aggiunge strumenti per rimediare agli errori della giustizia, non impedisce altri casi Garlasco”.

“La terzietà di cui parla l’articolo 111 si realizza grazie al contributo di tutte le parti del sistema giudiziario”, continua Gabrielli, “ma si è scelta la soluzione peggiore con una rapidità straordinaria, con le obiezioni del Parlamento che sono rimaste inascoltate. Un Csm dimezzato è un Csm meno autorevole, che non sarebbe in grado di dialogare a pari livello con il ministero della giustizia, quando dovesse contestarne le politiche. Quando il Csm si è difeso da Cossiga, Craxi e Berlusconi, ha agito unitariamente. E se i due consigli fossero in disaccordo, come dovrebbe comportarsi il presidente della Repubblica, che li presiede entrambi? Il sorteggio fra tutti i magistrati d’Italia è una “giuridicolaggine”: il sistema a estrazione è cieco al merito e alla responsabilità e non rappresenta nessuno”.

Da sinistra: Maria Mocchegiani, Chiara Gabrielli, Pasquale Marra, Francesca Palma e Laura Modena

Le ragioni del sì: Laura Modena

L’avvocata Modena risponde subito alle critiche mosse al sorteggio dei membri del Csm: “I componenti del consiglio non devono avere una responsabilità e non devono rispondere a nessuno. Qualunque magistrato supera già un concorso molto difficile, non si va a sorteggiare delle persone incapaci, ma qualcuno che conosce già bene la materia di cui si occupa. Invece oggi il Csm è il presidio delle correnti dell’Anm (Associazione nazionale magistrati, ndr), che fanno liste bloccate per eleggerne i membri: chi è eletto da una corrente quindi ha un debito verso di essa e lo scandalo Palamara ha rivelato ciò che succede sistematicamente quando si tratta di designare i capi degli uffici giudiziari”.

Le critiche all’attuale sistema giudiziario passano anche per il ruolo dei pubblici ministeri: “Attualmente non c’è equilibrio fra le parti e per la Cassazione un pm vale più di un avvocato difensore: lo rivela il fatto che il Gup (Giudice per le indagini preliminari, ndr) sia stato ridotto a un notaio, che certifica la richiesta di rinvio a giudizio del pm”.

Infine, l’avvocata Modena si esprime sull’alta corte disciplinare: “Il problema delle correnti si riverbera anche in fase disciplinare, perché la sezione apposita del Csm è nominata sempre dai magistrati. Quando mai si elegge il proprio giudice? Questo pregiudica l’imparzialità dei giudici disciplinari”.

Le ragioni del no: Maria Mocchegiani

La sostituto procuratore Maria Mocchegiani riprende la metafora proposta da Palma: “Un processo non è una partita di calcio: il pm lavora nell’interesse dello Stato, non è avversario dell’avvocato e men che meno del cittadino. Tutte le parti lavorano per ricercare la verità, non la condanna, e sono animate dalla cultura della legalità. Inoltre, non è realistico parlare di un Gup notaio, perché se alla fine delle indagini non si va verso una ragionevole previsione di condanna, il giudice non mette in moto il processo”.

“Il problema di questa riforma non è tanto la separazione delle carriere”, prosegue Mocchegiani, “quanto la divisione dei Csm e l’introduzione dell’alta corte disciplinare, che è un organo contraddittorio: se, come propone la riforma, il Csm verrebbe epurato dalle correnti, perché esternalizzare la funzione disciplinare? L’articolo 102 della Costituzione fa divieto di creare giudici speciali, e questo organo lo è”.

“Adesso vorrei presentare dei dati”, dice Mocchegiani, ma viene interrotta da Palma: “Abbiamo bisogno di norme, non di dati”, dice l’avvocata. “Nella magistratura già adesso le condanne e le assoluzioni della sezione disciplinare si equivalgono”, continua Mocchegiani. “Fra il 2023 e il 2025 sono state impugnate dal ministero della giustizia 6 sentenze su 184, cioè solo il 3,2%. La magistratura italiana, con lo 0,5% di magistrati condannati nel 2025 nei processi disciplinari, è anche più severa di quella di Francia (0,3%) e Spagna (0,2%)”.

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