Così nacque il paesaggio, dal Rinascimento all’IA

Doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero Della Francesca
di EMANUELE DONATI

URBINO – C’è stato un momento, nella storia dell’arte, in cui sullo sfondo dei quadri sono comparsi gli alberi. Succede ad Assisi, con Giotto e le storie di San Francesco: dopo secoli di “astrattismo”, spuntano animali e piante, e il mondo entra ufficialmente nella pittura. Da lì lo sguardo non si è più fermato. Dalla fine del Medioevo si è spinto sempre più in là, fino quasi all’infinito.

È da questa “meraviglia” che è partita Caterina Volpi, professore di Storia dell’arte alla Sapienza, al Festival del giornalismo culturale di Urbino, nella sua quattordicesima edizione, dedicata ai confini. Con lei sul palco due giornalisti che l’arte la raccontano per mestiere: Stefano Bucci, per anni responsabile della sezione arte e architettura della “Lettura” del Corriere della Sera, e Lara Crinò, della redazione Cultura e Robinson di Repubblica.

Un confine non è un fatto di natura

L’idea che regge la collana, fondata da Volpi con Francesco Cittolini e Camilla Fiore, è che paesaggio e confini siano convenzioni, con un valore simbolico e politico. “Il paesaggio e i confini non sono dati di natura: sono idee astratte, convenzioni a cui abbiamo attribuito un valore simbolico e politico” e a Urbino basta un esempio. Piero della Francesca, alla corte di Federico da Montefeltro, ritrae il duca e Battista Sforza di profilo, come due monete romane. Dietro di loro si apre una valle che i geografi hanno riconosciuto come quella attorno a Urbino. Ma è anche un’immagine costruita, un manifesto di potere. Nella stessa tavola convivono il paesaggio vero e quello simbolico.

Persino la prospettiva, che ci sembra il modo naturale di guardare, naturale non è: per Erwin Panofsky è una “forma simbolica”, una costruzione intellettuale del Rinascimento. “La prospettiva non è la copia oggettiva della realtà”, ha ricordato Volpi, “ma una costruzione intellettuale e simbolica del Rinascimento”. A Urbino, tra il matematico Luca Pacioli e la cultura dei mercanti (lo sosteneva Michael Baxandall), la geometria entra nella pittura come un modo di fare i conti con il mondo.

Due volumi, due direzioni

Il primo capitolo della collana, Espandere i confini, guarda al mare, il confine che si apre invece di chiudersi. Dentro ci sono storia dell’arte, geologia, urbanistica e architettura, perché un orizzonte non si lascia raccontare da una disciplina sola. Nel Seicento, del resto, i pittori cominciano a ritrarre il mare vero, come Paul Brill e Agostino Tassi che iniziano a dipingere i porti di Livorno e Napoli.

Il secondo capitolo, Paesaggi dell’alterità, parla di ciò che non conosciamo ancora, dalla scoperta dell’America all’orientalismo. Gli esploratori tornano con disegni di piante e animali mai visti, e Domenichino e Guercino ci dipingono l’Eden. Galileo punta il telescopio sulla Luna e il microscopio sulle api. Athanasius Kircher immagina sotto i nostri piedi fiumi di fuoco e draghi, e Bernini e Salvator Rosa ne restano contagiati, tanto da riprendere le forme nelle proprie opere. È anche l’epoca delle prime gazzette: il giornalismo nasce dentro lo stesso flusso di immagini, e non è un caso che se ne parli qui.

Chi il paesaggio lo snobbava

Non tutti erano incantati. Michelangelo lo considerava “roba da femminucce”, un genere da fiamminghi e da donne a cui era precluso lo studio del nudo. Caravaggio lo chiudeva fuori con fondali scuri da teatro. I pittori del Nord, scesi in Italia tra Quattro e Cinquecento, facevano l’opposto, con persone, animali e dettagli tutti in primo piano. “Quando arrivano in Italia, i pittori del Nord rappresentano il paesaggio con l’occhio dell’altro: nei fiamminghi manca una gerarchia prospettica, e persone, animali e dettagli convivono tutti in primo piano”, ha raccontato Volpi. Poi arriva Annibale Carracci, che inventa il paesaggio ideale italiano: una sua veduta emiliana è esposta alla Biennale dell’Antiquariato di Firenze.

Intanto i confini si disegnano sul serio. Abraham Ortelius firma la prima mappa del mondo moderna, e Gregorio XIII ne fa la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano. Raffaello, nominato da Leone X a guardia delle antichità, scrive con Castiglione la celebre lettera sulla tutela dell’antico. Nelle guerre di religione la pittura di battaglia si fonde con la cartografia, da Antonio Tempesta alla Resa di Breda di Velázquez.

E oggi?

Dopo le avanguardie il paesaggio ritorna come memoria e ferita, nei campi post-atomici di Anselm Kiefer o nelle installazioni di Anish Kapoor. E poi c’è l’intelligenza artificiale. Volpi cita Luciano Floridi: forse non si tratta più di tracciare o varcare confini, ma di navigare, come Ulisse. Davanti alle opere di Refik Anadol, costruite su dati naturali, si dichiara curiosa: “l’AI sta cambiando sia il fare arte sia l’insegnarne la storia”.

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