di ELISA MATTA
URBINO – A oltre vent’anni dalla morte dell’architetto Giancarlo De Carlo, principale fautore del rinnovamento degli spazi dell’università e della città di Urbino, la sua eredità culturale viene ancora discussa. In positivo, certo, ma anche con la consapevolezza che non tutto quello che De Carlo si auspicava per la città si è poi realizzato. Oltre trent’anni dopo il suo Piano regolatore, infatti, Urbino non è più la stessa città dove De Carlo camminava con Carlo Bo. Non è più nemmeno quella di Paolo Volponi, che si auspicava una crescita degli urbinati dentro le mura – i quali, invece, sono fuggiti – e già nel 1988 parlava di ferrovia come alternativa a una strada, quella che passa per la galleria della Guinza, che non ha ancora visto la luce.
La visione di De Carlo e Urbino oggi, due città diverse
La pensa così anche Maurizio Bartoli, assessore all’Urbanistica e all’Edilizia del Comune di Urbino, che nel segno di De Carlo lavora al nuovo Piano urbanistico generale insieme all’archistar Mario Cucinella. “Il Piano regolatore di De Carlo del 1994 in questo momento ci pesa molto – dice – e la sua figura aleggia un po’ su tutti noi. Ma non ci pesa come una zavorra, più come la consapevolezza di dover ripartire da lì, perché le sue visioni sono ancora attuali. Il dramma – continua Bartoli – è che dopo 35 anni quelle visioni non si sono concretizzate. Non hanno trovato il terreno fertile nella politica e nell’economia, non solo locali, ma anche nazionali. De Carlo pensava alla mobilità, ai collegamenti ferroviari: qualcosa che andasse al di là del territorio”.
“Se De Carlo vedesse Urbino oggi – dice invece Pippo Ciorra, senior curator del Maxxi di Roma – resterebbe sorpreso nel vedere che la vita turistica è più visibile di quella culturale e studentesca. Il suo colpo di genio, anzi, fu proprio integrare nella città i luoghi destinati allo studio invece di accettare passivamente il modello del campus. Sarebbe stupido dire di no ai turisti in assoluto, ma questo aspetto andrebbe armonizzato con la convivenza di tutti nella città”.
Ciorra e Bartoli ragionano così, incalzati dal Ducato, in occasione della presentazione del volume Bo/De Carlo – pensare una città, scritto dal rettore uscente Giorgio Calcagnini e Tiziana Mattioli, docente di letteratura italiana e membro della fondazione Carlo e Marise Bo (della quale il rettore è anche presidente). Il libro raccoglie le lectio fatte durante l’ultimo anno “in ragione delle progettualità e delle utopie condivise da Carlo Bo e Giancarlo De Carlo”, con firme eccellenti quali Massimo Cacciari e Tomaso Montanari.

Anche Mattioli si esprime sull’eredità dell’architetto genovese: “De Carlo oggi sarebbe felice di vedere che le sue architetture dopo decenni esprimono positività e gioia. Gli spazi che ha creato sono ancora attraversati dalle persone e sono luoghi di vita, non monumenti sterili. Sarebbe forse deluso, invece, da quello che è un esito dei nostri tempi: gli ambienti collegiali non sono più frequentati dagli studenti come un tempo e così si perdono i luoghi dove, dal confronto tra idee diverse, si sviluppano le menti”.
“La strana coppia” Bo-De Carlo: il ricordo degli esperti
Intorno al volume si crea una tavola rotonda, con quattro ospiti arrivati per l’occasione nella città ducale, fra cui proprio Ciorra. Gli altri sono Sara Marini e Federico Bilò, docenti di composizione architettonica e urbana, rispettivamente allo Iuav di Venezia e all’Università di Chieti e infine Massimo Raffaeli, filologo e firma de Il Venerdì di Repubblica e il Manifesto. Tutti e quattro si concentrano sulla figura di De Carlo, ciò che ha significato non solo per Urbino ma per tutta la disciplina dell’architettura.
“L’alleanza Bo-De Carlo mi ricorda il film La strana coppia – dice Bilò. Il loro rapporto inizia nel 1951 grazie a Elio Vittorini, che al suo amico Bo suggerisce di lavorare con l’architetto. Uno è cattolico, l’altro anarchico: ma insieme elaborano un modello che sarà interpretato molte volte, cioè rendere una città d’arte una città dello studio”. Ciorra ricorda un aneddoto sull’architetto: “L’ultima volta che lo vidi, alla Triennale di Milano, zoppicava: mi dissero che si fosse rotto una gamba andando in deltaplano qui a Urbino e fosse atterrato male”. Marini si concentra invece sul concetto di tempo: “Il tempo in De Carlo è il tempo di vivere una seconda città. Lui si diceva apolide, anche per questo riuscì a farsi adottare così bene da Urbino”. Raffaeli: “Trent’anni fa vivevo nel quartiere di Pimlico a Londra e mi sentivo accolto. Se ci torno oggi, o al Bosco Verticale a Milano, non è più così: sono diventati luoghi costruiti solo per un tipo molto specifico di persone. Le architetture di De Carlo, invece, mi fanno sentire previsto come essere umano”.
Calcagnini: “l’Università di oggi nasce dal sogno di Bo e De Carlo”
Il rettore nell’introdurre il volume nell’aula magna di palazzo Bonaventura dice: “Bo e De Carlo hanno saputo immaginare come potesse essere il futuro di una piccola università in una piccola città e lo hanno tradotto in progetti concreti che hanno fatto crescere l’ateneo. La struttura attuale nasce dal loro sogno”. E sul rapporto con le amministrazioni: “Università e città si sono condizionate a vicenda, in maniera proficua. Non sempre si è lavorato in sinergia, ma anche fra marito e moglie non si va sempre d’accordo”.

“L’idea del volume ci è venuta quando abbiamo inaugurato l’aula magna del magistero – racconta Mattioli. Non volevamo celebrare queste due figure in maniera retorica, ma interrogare e capire quale eredità il loro rapporto possa offrirci ancora oggi”. Continua Mattioli: “Ci sono degli aspetti in lui [Calcagnini, ndr] che mi ricordano Bo: l’umanità, la capacità di mettersi in gioco, lo stile asciutto. Da urbinate, è stato molto curioso di approfondire la sua figura del suo predecessore e per questo si è voluto aprire alle mie proposte per divulgarla”.
Trema, alla fine, la voce del Magnifico. Il suo mandato è quasi finito – il 2 novembre il testimone passerà a Marco Rocchi – e sente tutto il peso dell’eredità che sei anni fa ha raccolto e ora si appresta a lasciare. Calcagnini non nasconde la commozione e la riconoscenza per il lavoro con Mattioli e fatica a terminare il discorso finale, interrotto infine dal rumore degli applausi dell’aula magna. A pochi metri da lì, una frase e un’immagine dello stesso Bo accolgono chi entra nella sala: “Qui batte il cuore dell’Italia”.




