di CARLA DELLE VEDOVE
URBINO – Per Marco Bruno Luigi Rocchi, professore ordinario di Statistica medica e candidato alla carica di rettore all’Università degli Studi di Urbino per il sessennio 2026-2032, il miglioramento dell’ateneo passa attraverso “il confronto e il dialogo con le istituzioni”. Per questo, se eletto, una delle sue prime azioni sarà “creare un tavolo di lavoro con tutte le figure che hanno a che fare con Uniurb e con la città ducale”. Tra le maggiori criticità da risolvere, spiega, la comunicazione dell’ateneo e la gestione degli studenti internazionali: “Dobbiamo attrarre studenti che ci scelgono perché vogliono andare dove i ranking sono migliori. Per questo dobbiamo farci conoscere da loro attraverso attività di orientamento mirate”.
Attualmente Rocchi dirige il Dipartimento di Scienze biomolecolari di Uniurb e insegna nei corsi magistrali di Farmacia, Biologia della nutrizione e Scienze della formazione primaria, oltre che al dottorato in Biomolecular and Health Sciences. Alla propria formazione in ambito scientifico ha affiancato una laurea in Filosofia.
Le elezioni per scegliere il successore dell’attuale rettore Giorgio Calcagnini si terranno l’1 e il 2 ottobre e vedono in corsa anche Berta Martini, professoressa ordinaria di Didattica e pedagogia speciale e direttrice del Dipartimento di Studi Umanistici, e Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media digitali e docente di Comunicazione pubblicitaria linguaggi digitali. Il Ducato ha intervistato Rocchi per approfondire le sue proposte sul futuro dell’Università.
Quali sono i tre problemi principali da risolvere nell’Università di Urbino?
Al primo posto c’è la comunicazione. Bisogna poi migliorare l’internazionalizzazione e realizzare una programmazione di alto respiro che coinvolga le istituzioni e tutte le realtà cittadine.
Quali sono le iniziative che metterebbe in campo nei primi cento giorni dal suo possibile insediamento?
Vorrei mettere insieme subito una squadra di governo che abbia le competenze adeguate, con cui aprire uno a uno tutti i dossier, da quelli economico-finanziari a quelli sulla collocazione di Uniurb rispetto agli altri atenei e al territorio, e decidere gli ordini di priorità. Io ho delle priorità molto evidenti, ma aprendo questi dossier è possibile che ne emergano di diverse. Secondo me bisogna immediatamente rimettere mano al sistema di comunicazione dell’ateneo, a partire da sito web. Un ateneo che vuole puntare all’internazionalizzazione non può presentarsi con un sito in italiano e solo qualche pagina in inglese.
Vorrei compattare subito una squadra di governo che abbia le competenze adeguate
Come si può migliorare l’internazionalizzazione di Uniurb e la permanenza degli studenti stranieri a Urbino?
L’internazionalizzazione deve essere guidata: significa scegliere da quali bacini potenziali si vuole andare a pescare i futuri studenti. Chi viene da noi non deve essere chi va “dove c’è posto”, ma chi decide di andare “dove ci sono i ranking migliori”. Dobbiamo spacchettare gli algoritmi che ci posizionano in un ranking e andare a lavorare sulle singole voci. Dobbiamo farci conoscere, fare orientamento internazionale tra gli studenti da cui vogliamo essere scelti. Quando arrivano centinaia di ragazzi per i quali non si è immaginata una collocazione, la città paga un prezzo enorme. Emergono situazioni di disagio e i proprietari di casa e le associazioni di categoria non sono contenti. Queste cose vanno programmate, non si possono far arrivare persone solo per far crescere i numeri senza una programmazione. Considerando la mia esperienza personale, nel corso di laurea in Farmacia in cui insegno l’esperienza degli studenti e delle studentesse provenienti dalla Tunisia è invidiabile. Sono però in numero ridotto. Sono educatissimi, hanno imparato l’italiano e passano subito gli esami: avercene di ragazzi così. Quando non superano i test si scusano per non essere abbastanza preparati. Dall’altra parte, mi raccontano di situazioni in cui ci sono dei problemi di integrazione. Quando i ragazzi stranieri sono tanti, fanno gruppo e non conoscono la lingua si fa fatica a farli integrare. L’internazionalizzazione in futuro sarà una nostra grande salvezza, ma va gestita bene scegliendosi i propri mercati facendo orientamento nei Paesi da cui vogliamo pescare. A Urbino ad esempio c’è un numero sporadico di studenti dal Giappone, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dal Regno Unito o dalla Francia.

Nel suo programma parla di Patto per Urbino città campus. Come si struttura?
Il Patto prevede una cabina di regia con un tavolo di concertazione con enti come i Comuni di Urbino, Pesaro e Fano, la Provincia e la Regione. Ho parlato con i rappresentanti di tutti gli enti, a esclusione della Regione, e fino a ora ho trovato la massima disponibilità. Al tavolo devono partecipare tutti gli stakeholder: le associazioni di categoria, chi si occupa di ospitalità, la Curia, Confindustria, Confesercenti e la Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa). Ho instaurato ottimi rapporti con il Comune di Urbino e in questo momento conosco personalmente quasi tutti gli assessori e il sindaco. Bisogna superare la frizione tra ateneo e Comune che ha contraddistinto l’ultimo periodo e per fare questo bisogna incontrarsi, mettere da parte il passato e ricostruire. Quando il rettore parla al sindaco non è l’uomo che parla all’uomo, ma un’istituzione all’altra. Il punto di partenza è buono, non abbiamo certo trovato ostilità.
Il Patto per Urbino città campus prevede una cabina di regia con tutti gli enti interessati
Uno dei problemi di Urbino riportati dagli studenti riguarda gli affitti e le condizioni delle abitazioni. Cosa può fare l’università?
L’università può aiutare rendendo competitivi gli alloggi studenteschi gestiti dall’Erdis (Ente regionale per il diritto allo studio), con cui si può avere un dialogo. La concorrenza può essere utile per migliorare i prezzi e le condizioni delle abitazioni. Poi l’università può intervenire con un’azione di moral suasion nei tavoli di concertazione con gli urbinati. Ad esempio durante la pandemia quando è stato chiesto di abbassare i costi degli affitti ci fu una risposta positiva. La soluzione è sempre creare rapporti, non conflitti. Non tirare su muri, ma gettare ponti. Abbiamo la fortuna che ai vertici dell’Erdis ci sia una nostra collega, la professoressa Agnese Sacchi, con cui ci può essere un dialogo: posso farmi promotore. Considerando gli studentati, non devono azzerare il mercato degli affitti, ma devono incentivare a calmierare i prezzi e a migliorare le condizioni degli alloggi.
Lei propone di realizzare aule studio, laboratori, aree di co-working e luoghi di aggregazione, oltre a una biblioteca civica, che a Urbino manca. Dove si possono costruire, considerando anche la realizzazione del nuovo Piano urbanistico generale?
Il Piano urbanistico generale è in via di definizione, andrà concertato con il Comune. Abbiamo la possibilità di intervenire su spazi come i giardini non ancora ristrutturati della biblioteca San Girolamo, dove gli studenti si incontrano già spesso, aperto anche la sera. Ci sono lavori che in questi anni non sono andati avanti ed è ora di rimetterli in cantiere. Riguardo alla biblioteca civica, il Comune dovrebbe mettere i luoghi e i fondi per costruire un patrimonio librario e l’università ci metterebbe l’expertise di chi gestisce già un sistema bibliotecario efficiente.
Come si realizzerebbe l’asilo nido che propone nel suo programma?
Ho proposto per Urbino un modello di adeguatezza sociale, in cui nessuno si senta escluso o in difficoltà. Può sembrare una cosa minimale, ma credo che l’aiuto per una reale parità di genere passi per l’offerta di un welfare e servizi. Molte studentesse vengono a fare gli esami con qualcuno che deve assistere i loro bambini. Nel tempo inoltre diverse mie colleghe si sono trovate in difficoltà quando hanno avuto dei figli perché per loro la situazione diventava complicata dal punto di vista logistico. Propongo un asilo nido che non sarebbe aperto solo alle studentesse o alle colleghe, ma anche al pubblico attraverso un accordo con il Comune. L’università inoltre forma proprio le educatrici: un nido sarebbe un’opportunità di tirocinio per le studentesse di Scienze dell’educazione, oltre a essere un servizio di terza missione per la comunità.
Propongo un asilo nido aperto a studentesse, colleghe e al pubblico
Cosa intende fare per migliorare il diritto allo studio? Da dove si possono prendere nuovi fondi ad esempio per le borse?
Bisogna bussare dove ci sono i soldi, in questo caso in Regione, e contrattare. Noi ascoltiamo il rischio di un abbassamento dei fondi. Dobbiamo andare in Regione e contrattare per la nostra parte, ma sono cerco che anche gli altri atenei faranno la stessa cosa. È una contrattazione, bisogna intervenire.
Ora che sono finiti i fondi Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), da dove si possono prendere le risorse per la ricerca?
Premetto che per le università c’è una legge che istituisce quattro forme di precariato riguardanti chi fa ricerca: l’incarico di ricerca, l’incarico post-doc, il contratto di ricerca e la posizione di ricercatore “tenure track”, che può sfociare direttamente nella posizione stabile di professore associato. Nel caso dell’incarico di ricerca c’è un co-finanziamento da parte dell’ateneo e del docente che intende assumere per un anno un incaricato, con fondi esterni. L’ateneo potrebbe in questo caso aumentare la propria quota, per quanto possibile. L’università ha però dei limiti di spesa del personale entro cui deve rimanere obbligatoriamente, quindi non può aumentare i fondi a suo piacimento.

Teme la concorrenza delle università telematiche?
La concorrenza delle telematiche è un dato reale. Credo che entrare in concorrenza con le telematiche sia un suicidio per Urbino: quando ti confronti con chi ha più soldi ed esperienza di te, perdi. Noi dobbiamo puntare sull’esperienza della didattica relazionale in presenza, quella è la nostra forza che ci fa distinguere. Non dobbiamo scendere al livello delle telematiche. Poi comunque in circostanze eccezionali si può prevedere anche qualche ora online.
Dobbiamo puntare sull’esperienza della didattica relazionale in presenza
Urbino soffre dell’isolamento delle aree interne e gli studenti lamentano i costi dei trasporti nel territorio comunale. Ha delle proposte per dialogare con le società di trasporto?
Bisogna instaurare rapporti e parlarne nella cabina di regia che ho citato precedentemente. Io ad esempio vengo tutti i giorni a Urbino da Pesaro e pago circa 200 euro di parcheggio all’anno. Se c’è un buon rapporto con il Comune, ci si potrebbe accordare su un’agevolazione. Quando venivano poste delle questioni alla mia attenzione come direttore di Dipartimento, mi sono rivolto agli assessori di riferimento che ci sono sempre venuti incontro.
Una volta concluso il percorso di studi, i ragazzi se ne vanno da Urbino. Si può fare qualcosa per trattenerli, considerando anche il rapporto tra università e imprese?
Noi sappiamo che la situazione delle imprese nel territorio comunale è piccola. Tanti studenti hanno aperto bar, ristoranti, ma il problema è: possiamo offrire agli studenti opportunità riguardanti il loro titolo di studio? Siamo abituati a pensare Urbino come città della cultura, ma possiamo ancora aumentare l’offerta: possiamo creare un museo della conoscenza o un museo scientifico, come l’Experimentarium di Copenaghen. Vorrebbe dire molto in termini di posti di lavoro e attrarrebbe turisti che rimangono in città per più di mezza giornata, con conseguenze anche per gli hotel. Inoltre penso che si possano aumentare le opportunità attraverso le start-up costruite da laureati, aiutandoli ad esempio fornendo spazi.




